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Ritorno sulla Terra.

giovedì, 23 aprile 2009

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Sono diversi giorni ormai che siamo rientrati in Italia, siamo stati accolti da secchiate di pioggia ed una primavera fredda, ma verde.

Siamo stati a San Francisco dieci giorni, abbiamo lavorato 8 giorni e mezzo e visitato la città in 1 giorno e mezzo, perdendone una buona parte sul Golden Gate, dove si procedeva a rilento per le vertigini ed i delfini, e a spendere cash. In otto giorni abbiamo mangiato in 14 ristoranti di diverse nazionalità, dal marocchino all’indocinese, con alcune isole di salvezza ed eccellenza quando abbiamo mangiato Pizza e Giapponese. Ed in otto giorni abbiamo affrontato quelli che ci sembravano i punti deboli del nostro progetto, per partire poi a immaginarci le possibili vie di sviluppo. I temi li affrontavamo in studio, le vie di sviluppo spesso venivano fuori nei pranzi e nelle cene (panze creative). Magari non vi interessano questi temi, ma sono stati la cosa più importante che abbiamo fatto, e se resistete fino alla fine dopo parlo dei Bufali.

Siamo partiti con l’analizzare cosa non va, abbiamo ascoltato per un giorno le loro opinioni sul nostro sito, sulla dinamica di gioco, sulle missioni, sui giocatori, sul metodo di amministrare il sito, e ancora, sulla presenza della mappa, sulla grafica, sui temi, sulle categorie di gioco, sui tempi, sul linguaggio, sui punteggi, sulla piattaforma web, sull’indicizzazione dei contenuti, sugli eventi, sulle fotografie, sui titoli, sull’helpdesk, sul blog, sul lancio, sulla città, sulla provincia.

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Poi ancora sulla dinamica di gioco, sulla dinamica di gioco e sulla dinamica di gioco.

Poi abbiamo giocato a ping-pong e abbiamo perso.

Sostanzialmente CriticalCity non è partito secondo il loro punto di vista, è stato lasciato troppo libero e diversi aspetti non sono stati curati. Innanzi tutto è emerso come problema il fatto che non avessimo una chiara visione di cosa volevamo che fosse questo progetto, una forza potente c’era, si intuiva, ma era latente, quando loro hanno iniziato a sperimentare SF0 avevano in mente esperimenti di “terrorismo personale”, o semplicemente, un progetto per cancellare il Capitalismo.

Ecco noi non avevamo proprio le idee così chiare e loro ci hanno spinti a farci un paio di domande.  Senza usare armi.

Una volta resa limpida la visione allora si può scendere di scala e creare un progetto coerente in tutti i suoi aspetti, e cucire il vestito secondo il taglio che ci interessa. Poi magari sono cose ovvie, ma a noi sono sembrate illuminanti. Di sicuro conoscere i loro early moments, come sono partiti come hanno diretto la cosa cosa succedeva all’inizio che tipo di giocatori hanno incontrato, ci ha rassicurato sul percorso che abbiamo iniziato e ci ha anche aperto gli orizzonti su dove possiamo spingerci e con che passi.  Anche soltanto avere qualcuno di esperto che ti dice: “tranquillo, stai andando bene!  Devi soltanto avere pazienza.”

Poi abbiamo giocato a ping-pong e abbiamo perso ancora.

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Dal terzo giorno abbiamo iniziato ad affrontare il futuro, che evoluzione ci immaginiamo per il gioco, e dalla bozza con cui eravamo arrivati, giorno dopo giorno, ne abbiamo analizzate tutte le componenti, parlando sempre a badalucco di dinamica di gioco. Purtroppo, però, non posso spiegarvi cosa abbiamo deciso ed in che direzione andremo, nè in che modo cambierà il gioco o quale sarà il premio perchè…non vogliamo rovinarvi la sorpresa!

Il terzo il quarto e forse anche il quinto giorno non abbiamo giocato a ping pong.

Poi io ed Augusto siamo andati a cena da Mo’s, a North Beach. Complici una mucchia di patatite, una parete di specchi ed un western hamburgher, (o forse l’atmosfera beat del quartiere..), abbiamo avuto la Visione. Abbiamo parlato 4 o 5 ore, rimbalzandoci idee a vicenda, fino a definire una roba che ci piace un casino!!

Il giorno dopo, credo fosse lunedì, l’ultimo giorno di lavoro, alla fine dell’incontro abbiamo presentato l’idea ai ragazzi: si sono gasati parecchio, sebbene il mio inglese abbia ceduto allo spanglish quasi subito, tanto che alla fine Ian ha esclamato: “adesso sono invidioso, voglio anch’io una visione così!”

Era il momento di giocare a ping-pong, e abbiamo vinto, fino a pareggiare le sconfitte dei giorni precendenti e a vincere anche la bella.

Ma la verità è che domenica eravamo andati al Golden Gate Park, a giocare a Frisbee-golf, ma soprattutto a vedere i Bisonti Americani, i Bufali o come preferite chiamarli. Gli indiani li chiamavano Tatanka, (questo è un nome!) e lo adoravano come un dio, lo rispettavano come un fratello e lo uccidevano come dono della Natura. Dal Tatanka proveniva tutto, la pelle e la pelliccia per le tende ed i vestiti, la carne ed il grasso per il cibo, l’osso ed i tendini per le armi. Ce ne sono tipo cinque, sono in un recinto che può sembrare grande, (ma è microscopico se pensiamo che si muovevano per centinaia di chilometri). Li ho guardati per molto tempo, e uno si è anche mosso, io ripetevo nella mia testa Tatanka, e lo guardavo fisso, lui scuoteva la coda e se ne stava completamente immobile. Anzi non stava immobile, stava, era, nient’altro.

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Mi viene da pensare che noi uomini abbiamo bisogno di aggettivi per descrivere il mondo, di verbi che ci ricordino che siamo vivi ed attivi, Tatanka no.

Lui vive in un mondo fatto ancora di cose, erba sole prateria cielo, dove esitono solo i nomi, ombra femmina uccello valle fiume pioggia, dove un ragazzo che ti guarda, uomo recinto, è un ragazzo che ti guarda, nient’altro. Mi ha fatto entrare per pochi minuti in quel mondo, e ho capito cosa significa Tatanka.

Ma non ve lo dico.

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